mercoledì 6 maggio 2015

Jackson: il presidente USA che ha sconfitto i banchieri

del Presidente Andrew Jackson – 10 luglio 1832


Non costituisce alcun pericolo per la nostra libertà e per la nostra indipendenza una banca che nella sua natura ha così poco che la leghi al nostro paese?

Il problema dei rapporti della finanza con l’economia e, soprattutto, con il potere politico non è nel mondo capitalista qualcosa di particolarmente nuovo. Alcune anime candide, tuttavia, possono ritenere che la crisi globale che siamo attraversando sia da attribuire al comportamento criminale episodico di pochi, diventati troppo potenti per poter essere chiamati a rispondere. Per questo rileggere una storia vecchia di ormai quasi duecento anni può essere utile a verificare la continuità dei comportamenti e il male intrinseco nel sistema. Per la verità la continuità è più nella protervia dei ricchi e potenti nell’imporre reiteratamente la propria avidità. Non c’è invece continuità nella fermezza dei politici nel respingere quella protervia. Anzi, se accade è piuttosto un’eccezione. Andrew Jackson, un presidente statunitense che non fu affatto uno stinco di santo, ma che anzi fu, tra le altre cose, un massacratore di americani nativi, certo non dovrebbe essere accusato di comunismo, anche considerata la sua epoca. Tuttavia seppe opporsi allo strapotere di banchieri potenti e arroganti e uscire vincitore dallo scontro (in realtà l’economia del paese pagò piuttosto cara quella vittoria per le rappresaglie degli sconfitti).


Segue il testo del rifiuto del presidente Jakson di piegarsi ai banchieri del suo tempo.

Giuseppe Volpe

Veto del presidente Jackson contro la Banca degli Stati Uniti

Washington, 10 luglio 1832

Al Senato,

la proposta di legge per “modificare e prorogare” la legge dal titolo “Legge per registrare gli azionisti della Banca degli Stati Uniti” mi è stata presentata questo 4 luglio. Avendola esaminata con la solenne considerazione ai principi della Costituzione che quella giornata era stata calcolata per ispirare [il 4 luglio si festeggia la Giornata dell’Indipendenza negli Stati Uniti – n.d.t.] ed essendo arrivato alla conclusione che non dovrebbe diventare legge, la restituisco qui al Senato, da qui è stata proposta, con le mie obiezioni.


Una Banca degli Stati Uniti è per molti aspetti opportuna per il Governo e utile al popolo. Nutrendo questa opinione e profondamente colpito dalla convinzione che alcuni di poteri e privilegi posseduti dalla banca esistente non siano autorizzati dalla Costituzione, sovvertano i diritti degli Stati e siano pericolosi per le libertà del popolo, ho ritenuto mio dovere in un periodo precedente del mio governo richiamare l’attenzione del Congresso sulla praticabilità dell’organizzazione di un’istituzione che combini tutti i suoi vantaggi e ovvii a queste obiezioni. Provo un profondo rammarico per il fatto che nella legge che ho di fronte non sono in grado di percepire alcuna di quelle modifiche all’atto costitutivo della banca che sono necessarie, a mio parere, per renderla compatibile con la giustizia, con una politica sana o con la Costituzione del nostro paese.

L’attuale organismo aziendale, denominato ‘presidente, amministratori e società della Banca degli Stati Uniti’, dal momento in cui era prevista l’entrata in vigore di questa legge sarebbe durato vent’anni. Gode di un privilegio esclusivo sulle attività bancarie in forza dell’autorità del Governo Generale, del monopolio del suo favore e sostegno e, come necessaria conseguenza, quasi del monopolio delle divise estere e di quella nazionale. I poteri, privilegi e favori conferitile nell’atto costitutivo originale, aumentando il valore delle azioni molto al di sopra della parità, hanno costituito una gratifica di molti milioni agli azionisti.

Una scusante per non aver prevenuto questo esito può essere rinvenuta nel considerare che  gli effetti dell’atto costitutivo originale non potevano essere previsti con certezza all’epoca della sua approvazione. La legge davanti a me propone un’altra gratifica ai detentori di quelle stesse azioni, e in molti casi alle stesse persone, di almeno altri sette milioni. Questo regalo non trova scuse in alcuna incertezza a proposito degli effetti della legge. In generale si ammette che questa approvazione accrescerà almeno in tale misura o del 30% in più il prezzo di mercato delle azioni, contro versamento di un’annualità di 200.000 dollari prevista dall’atto, aggiungendo così in un attimo un quarto al loro valore nominale. Non saranno soltanto i nostri cittadini a ricevere  il compenso dal nostro Governo. Più di otto milioni delle azioni di questa banca sono detenuti da stranieri. Con questa legge la Repubblica Statunitense propone virtualmente di far loro un regalo di alcuni milioni di dollari. A fronte di queste gratifiche a stranieri e ad alcuni dei nostri cittadini opulenti la legge non assicura contropartite di alcun genere. Si tratta di utili certi degli attuali azionisti in base al meccanismo di questa legge, una volta autorizzato senza condizioni il pagamento del premio.

Tutti i monopoli e tutti i privilegi esclusivi sono concessi a spese del pubblico, che dovrebbe ricevere un equivalente equo. I molti milioni che questa legge propone di conferire agli azionisti della banca esistente devono provenire, direttamente o indirettamente, dai guadagni del popolo statunitense. Al popolo è pertanto dovuto, se il suo Governo vende monopoli e privilegi esclusivi, che debba ricevere da essi almeno quanto valgono sul mercato libero. Il valore del monopolio, in questo caso, può essere valutato accuratamente. I ventotto milioni di azioni avrebbero probabilmente aumento del 50% e, in base al pagamento dell’attuale bonus, avrebbero un valore di mercato di 42 milioni di dollari. Il valore attuale del monopolio è pertanto di 17 milioni di dollari e questa legge propone di venderlo per tre milioni, pagabili in quindici rate annuali di 200.000 dollari ciascuna.

Non è concepibile che gli attuali azionisti abbiano qualche titolo allo speciale favore del Governo. La società attuale ha goduto del suo monopolio durante il periodo stipulato nel contratto originale. Se dobbiamo avere una società di questo genere perché il Governo non dovrebbe venderne l’intero pacchetto azionario e così garantire al popolo l’intero valore di mercato dei privilegi conferiti? Perché il Congresso non dovrebbe creare e vendere ventotto milioni di azioni, attribuendo agli acquirenti tutti i poteri e privilegi garantiti in questa legge e versando l’utile dalla vendita al Tesoro?

Ma questa legge non consente la concorrenza nell’acquisto di questo monopolio. Sembra essere fondata sull’idea sbagliata che gli azionisti attuali abbiano un diritto legale non solo al favore ma a una ricompensa da parte del governo. Risulta che più della quarta parte delle azioni sia detenuta da stranieri e il resto sia detenuto da poche centinaia di nostri cittadini, prevalentemente della classe più ricca. A loro beneficio questa legge esclude l’intero popolo statunitense dalla concorrenza nell’acquisto di questo monopolio e lo cede per molti milioni in meno rispetto a quello che vale. Ciò sembra tanto meno scusabile se si tiene presente che alcuni dei nostri cittadini, attualmente non azionisti, hanno presentato una mozione affinchè fosse aperta la porta alla competizione e si sono offerti di accettare la concessione a condizioni molto più favorevoli per il Governo e per il paese.

Ma tale proposta, benché avanzata da uomini la cui ricchezza complessiva è ritenuta pari a tutte le azioni private della banca esistente, è stata accantonata, e si propone nuovamente che il premio del nostro Governo vada di nuovo ai pochi tanto fortunati da essersi assicurati le azioni e che in questo momento detengono il potere nell’istituzione esistente. Non riesco a percepire la giustizia o la linea politica di questa scelta. Se il nostro governo deve vendere monopoli, sembrerebbe suo dovere non incassare nulla di meno del loro pieno valore e se devono essere fatti regali ogni quindici o vent’anni si faccia sì che non siano fatti a soggetti di un governo straniero né a una classe designata e favorita di persone del nostro stesso paese. Non è altro che giustizia e buona politica, nella misura in cui la natura del caso lo permette, limitare i nostri favori ai nostri concittadini e far sì che tutti, a turno, godano di un’opportunità di profitto dai nostri incentivi. Nelle implicazioni della proposta di legge che ho davanti a proposito di questi punti trovo ampie ragioni perché non debba diventare legge.

E’ stato sollecitato come argomento a favore della proroga della banca attuale il fatto che far rientrare i suoi prestiti produrrà grandi disagi e sofferenze. Il tempo disponibile per chiudere i suoi affari è ampio e se ben gestita la sua pressione sarà leggera, e grave solo nel caso che la sua gestione sia stata cattiva. Se, pertanto, provocherà sofferenze la colpa sarà sua e ciò offrirà un motivo contro la proroga del suo potere di cui ha così evidentemente abusato. Ma ci sarà mai un’occasione in cui il problema sarà meno pressante? Riconoscerne la forza significa ammettere che la banca dovrebbe essere eterna e, conseguentemente, che gli attuali azionisti e i loro successori che ne erediteranno i diritti costituiranno un ordine privilegiato, sia investito di grande potere politico sia beneficiario di immensi vantaggi pecuniari dal suo rapporto con il Governo.

Le modifiche ai termini della concessione in essere proposte in questa legge non sono tali, a mio parere, da renderla coerente con i diritti degli Stati e le libertà del popolo. I requisiti affinché la banca sia proprietaria di immobili, i limiti al suo potere di aprire filiali e il potere riservato al Congresso di vietare la circolazione di biglietti di piccolo taglio, sono restrizioni di relativamente scarso valore o importanza. Tutti i principi detestabili della società esistente e la maggior parte delle sue caratteristiche odiose sono conservati senza temperamento.

La quarta sezione prevede “che le note e i biglietti di banca della società citata, anche se formalmente saranno resi pagabili in una sola piazza, saranno tuttavia ricevuti dalla società citata presso la banca o presso gli uffici di sconto e deposito della stessa se presentati a liquidazione o rimborso di qualsiasi saldo o saldi dovuti alla società citata o a tali uffici di sconto e deposito da qualsiasi altra banca registrata.” Questa previsione assicura alle banche statali un privilegio speciale nei rapporti con la Banca degli Stati Uniti che è negato a tutti i cittadini privati. Se una banca statale di Filadelfia è debitrice nei confronti della Banca degli Stati Uniti e dispone di biglietti emessi dalla sua filiale di St. Louis, può pagare il suo debito con tali biglietti, ma se un mercante, un operaio o qualsiasi altro cittadino privato si trovasse in situazioni simili non potrebbe, per legge, rimborsare il suo debito con tali biglietti ma dovrebbe cederli con uno sconto o inviarli per l’incasso a St. Louis. Questo vantaggio concesso alle banche statali, anche se non ingiusto di per sé, è particolarmente odioso perché garantisce un’uguale giustizia a chi sta in alto e a chi sta in basso, ai ricchi e ai poveri. Per quanto riguarda il suo effetto pratico si tratta di un legame d’unione tra gli stabilimenti bancari della nazione, che li eleva a interesse separato da quello del popolo, e la sua necessaria tendenza è a unire in la Banca degli Stati Uniti e le banche statali in qualsiasi misura sia ritenuta favorevole ai loro interessi comuni.

La nona sezione della legge riconosce principi di tendenza peggiore di ogni altra previsione dell’attuale concessione.

Prescrive che “il cassiere della banca comunicherà annualmente al Segretario al Tesoro o nomi di tutti gli azionisti che non sono cittadini residenti degli Stati Uniti e, a richiesta del tesoriere di ogni Stato, redigerà e trasmetterà a tale tesoriere una  lista degli azionisti residenti in tale stato o suoi cittadini, con l’importo delle azioni possedute da ciascuno”. Anche se questa prescrizione, decisa in rapporto a una sentenza della Corte Suprema, ammette, con il suo silenzio, il diritto degli Stati di tassare le istituzioni bancarie create da questa società sotto forma di filiali in tutta l’Unione, è evidentemente intesa a essere interpretata come una ammissione del loro diritto di tassare la parte del capitale che può essere detenuta dai loro cittadini e residenti. Se la proposta diventasse legge sarebbe interpretata in quest’ottica dagli Stati che probabilmente procederebbero a imporre una tassa uguale a quella pagata sul capitale delle banche create da loro. In alcuni Stati tale tassa e oggi dell’1% sul capitale o sulle azioni e si può presumere che quello sarà l’importo del quale saranno tassati tutti gli azionisti cittadini o residenti in base alle previsioni di questa legge. Poiché è solo il capitale detenuto negli Stati e non quello impiegato in essi che sarebbe assoggettato a tassazione, e poiché i nomi degli azionisti stranieri non devono essere comunicati ai tesorieri degli Stati, è evidente che il capitale detenuto da questi ultimi sarà esente da tale onere. I loro profitti annui saranno pertanto dell’1% superiori a quelli degli azionisti cittadini e poiché i dividendi annuali della banca possono essere con sicurezza stimati al 7%, il capitale avrà un valora tra il 10 e il 15% superiore per gli stranieri rispetto ai cittadini degli Stati Uniti. Per cogliere gli effetti che tale stato di cose produrrà dobbiamo esaminare brevemente le operazioni e la situazione attuale della Banca degli Stati Uniti.

In base a documenti sottoposti al Congresso nell’attuale sessione risulta che al 1 gennaio 1832 dei ventotto milioni di azioni private della società 8.405.500 dollari sono detenuti da stranieri, prevalentemente della Gran Bretagna. L’importo del capitale detenuto nei nove Stati occidentali e sud-occidentali è di 140.200 dollari e nei quattro Stati meridionali 5,623.100 dollari e negli Stati centrali e orientali è di circa 13.522.000 dollari. Gli utili della banca nel 1831, come risulta da una dichiarazione al Congresso, sono stati di circa 3.455.598 dollari; di questi sono stati realizzati nei nove Stati occidentali 1.640.048 dollari, nei quattro Stati del sud circa 352.507 dollari e negli Stati centrali e orientali circa 1,463,041 dollari. Poiché il capitale detenuto negli Stati occidentali è esiguo è evidente che i debiti delle persone di quel settore della banca è principalmente un debito nei confronti di azionisti orientali e stranieri, che gli interessi che loro pagano su di esso sono trasferiti negli Stati dell’est e in Europa e che ciò è un onere per la loro industria e un drenaggio della loro moneta che nessun paese può sopportare senza svantaggi e occasionali sofferenze. Per far fronte a tale onere e pareggiare le operazioni di scambio della banca, l’importo della moneta sottratto a tali Stati attraverso le sue filiali negli ultimi due anni, come risulta dai suoi bilanci ufficiali, è stato di circa sei milioni di dollari. Più di mezzo milione di tale importo non si ferma negli  Stati orientali ma finisce in Europa per pagare i dividendi ad azionisti stranieri. Nel principio di tassazione riconosciuto da questa proposta di legge gli Stati occidentali non trovano alcuna compensazione adeguata per questo perpetuo fardello sulla loro industria e questo drenaggio della loro moneta. La filiale della banca a Mobile ha realizzato l’anno scorso 95.140 dollari e tuttavia, in base alle previsioni di questa proposta di legge, lo Stato dell’Alabama non può riscuotere alcuna entrata da queste redditizie operazioni, perché nemmeno una azione del suo capitale è detenuta da qualcuno dei suoi cittadini. Il Mississippi e il Missouri sono nella stessa situazione in rapporto alle filiali di Natchez e St. Louis e tale, in grado maggiore o minore, è la situazione di ogni Stato occidentale. La tendenza del piano di tassazione proposto da questo atto si tradurrà nel porre gli interi Stati Uniti nello stesso rapporto con paesi stranieri che attualmente gli Stati occidentali sopportano nei confronti di quelli orientali. Quando attraverso una tassa sugli azionisti residenti il capitale di questa banca è reso del 10 o 15% superiore per gli stranieri rispetto ai residenti, la maggior parte di esso inevitabilmente lascerà il paese.

In tal modo questa previsione, nel suo effetto pratico, priverà gli Stati orientali così come quelli meridionali e occidentali dei mezzi per riscuotere un’entrata dall’ampliamento degli affari e dai grandi utili di questa istituzione. Renderà il popolo statunitense debitore nei confronti di stranieri per quasi l’intero importo dovuto a questa banca e trasmetterà oltre Atlantico dai due ai cinque milioni di moneta ogni anno per pagare i dividendi bancari.

In un’altra delle sue implicazioni questa previsione è piena di pericoli. Dei venticinque amministratori di questa banca, cinque sono scelti dal Governo e venti dai cittadini azionisti. Gli azionisti stranieri sono esclusi per statuto dall’avere voce in capitolo in tali elezioni. In proporzione, pertanto, con il trasferimento del capitale ad azionisti stranieri, è ridotta l’estensione del suffragio nella scelta degli amministratori. Già quasi un terzo del capitale è in mani straniere e non rappresentato nelle elezioni. Sta costantemente abbandonando il paese e questo atto ne accelererà la partenza. L’intero controllo dell’istituzione finirà necessariamente nelle mani di pochi azionisti cittadini e la facilità con cui ciò potrebbe essere conseguito sarebbe una tentazione a designare persone che si assicurino lil controllo nelle proprie mani monopolizzando il capitale residuo. C’è il pericolo che presidente e amministratori diventino allora in grado di eleggere sé stessi di anno in anno, e gestire, senza responsabilità né controllo, gli interessi complessivi della banca nel corso della durata della sua concessione. E’ facile immaginare quali mali possano derivare al nostro paese e alle sue istituzioni da una simile concentrazione di potere nelle mani di pochi uomini irresponsabili nei confronti del popolo.

Non costituisce alcun pericolo per la nostra libertà e per la nostra indipendenza una banca che nella sua natura ha così poco che la leghi al nostro paese? Il presidente della banca ci ha detto che la maggior parte delle banche statali grazie alla tolleranza di essa. Se la sua influenza si concentrasse, come può accadere in base ai meccanismi di un atto come questo, nelle mani di un direttivo autoeletto i cui interessi si identifichino con quelle degli azionisti stranieri, non ci sarebbe motivo di tremare per la correttezza delle nostre elezioni in pace e per l’indipendenza del nostro paese in guerra? Il loro potere sarebbe grande quando potessero scegliere di esercitarlo, ma se questo monopolio fosse regolarmente rinnovato ogni quindici o vent’anni a condizioni proposte da loro stessi, in pace potrebbero raramente imporre la loro forza per influenzare le elezioni o controllare gli affari della nazione. Ma se un qualsiasi privato cittadino o pubblico funzionario si mettesse in mezzo a limitarne i poteri o a impedire il rinnovo dei loro privilegi, è indubbio che gli sarebbe fatta sentire l’influenza della banca.

Se il capitale della banca passasse fondamentalmente nelle mani di soggetti di un paese straniero e noi dovessimo disgraziatamente essere coinvolti in una guerra con quel paese, quale sarebbe la nostra situazione? Non possono esserci dubbi sul corso perseguito da una banca quasi interamente di proprietà di soggetti di un paese straniero e amministrata da coloro i cui interessi, se non gli affetti, andassero nella stessa direzione. Tutte le sue operazioni all’interno sarebbero in aiuto delle flotte e degli eserciti nemici all’estero. Controllando la nostra moneta, ricevendo i nostri fondi pubblici e tenendo in condizioni di dipendenza migliaia di nostri cittadini sarebbe più formidabile della potenza navale e militare del nemico.

Se dobbiamo avere una banca con azionisti privati ogni considerazione di sana politica e ogni impulso di sentimenti statunitensi ammoniscono che dovrebbe essere puramente statunitense. Il suo azionariato dovrebbe essere composto esclusivamente da nostri concittadini, che dovrebbero almeno essere amici del nostro Governo e disposti a sostenerlo in tempi di difficoltà e pericolo. Il capitale nazionale è così abbondante che la competizione per la sottoscrizione del capitale di banche locali recentemente ha quasi provocato disordini. Per una banca esclusivamente di azionisti statunitensi che possieda i poteri e i privilegi garantiti da quest’atto, si potrebbero prontamente ottenere sottoscrizioni per duecento milioni di dollari. Invece di trasferire all’estero il capitale della banca nella quale il Governo deve depositare i propri fondi e sulla quale deve fare affidamento per sostenere il suo credito in tempi di emergenza, sembrerebbe essere piuttosto opportuno vietarne la vendita a stranieri a pena di assoluta confisca.

La tesi dei sostenitori della banca è che la sua costituzionalità in tutte le sue caratteristiche dovrebbe essere considerata stabilita dai precedenti e dalla sentenza della Corte Suprema. Non posso convenire con questa conclusione. I meri precedenti sono una fonte pericolosa di autorità e non andrebbero considerati decisivi in questioni di potere costituzionale salvo quando il consenso del popolo e degli Stati possa essere considerato ben stabilito. Pertanto, lungi dall’essere questo il caso in questa materia, sui precedenti potrebbe essere basata una tesi contro la banca. Un Congresso, nel 1791, ha deciso a favore di una banca; un altro, nel 1811, ha deciso contro. Un Congresso, nel 1815, a deciso contro una banca e un altro, nel 1816, ha deciso a suo favore. Prima del Congresso attuale, pertanto, i precedenti ricavati da tale fonte sono stati in parità. Se guardiamo agli Stati le espressioni delle opinioni del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo contro la banca sono state probabilmente in un rapporto di quattro a uno con quelle a suo favore. Non c’è perciò nulla nei precedenti che, se tale autorità fosse ammessa, peserebbe a favore della legge che ho davanti.

Se l’opinione della Corte Suprema coprisse l’intera materia di questo atto, non dovrebbe controllare le autorità coordinate di questo Governo. Il Congresso, l’Esecutivo e la Magistratura devono essere guidati, ciascuno per proprio conto, dalle proprie opinioni sulla Costituzione. Ogni pubblico ufficiale che presti il giuramento di sostenere la Costituzione giura che la sosterrà nel modo in cui la intende e non come è intesa da altri. E’ tanto  dovere della Camera dei Rappresentanti, del Senato e del Presidente decidere sulla costituzionalità di qualsiasi proposta di legge o risoluzione che sia loro presentata per essere votata o approvata quanto lo è dei supremi giudici quando possa essere presentata loro per una sentenza giudiziaria. L’opinione dei giudici non ha maggiore autorità sul Congresso di quanta ne abbia l’opinione del Congresso sui giudici e a tale riguardo il Presidente è indipendente da entrambi. All’autorità della Corte Suprema non deve, perciò, essere permesso di controllare il Congresso o l’Esecutivo quando agiscono nell’ambito delle proprie competenze legislative, bensì soltanto di avere l’influenza che può meritare la forza delle sue argomentazioni.

Ma nel caso cui ci si riferisce la Corte Suprema non ha deciso che tutte le caratteristiche di questa società sono compatibili con la Costituzione. E’ vero che la corte ha affermato che la legge che ha fondato la banca è un esercizio costituzionale del potere da parte del Congresso; ma prendendo in considerazione l’intera opinione della corte e il ragionamento attraverso il quale è arrivata a tale conclusione io intendo che i giudici abbiano deciso che nella misura in cui una banca è uno strumento appropriato per porre in atto i poteri elencati del Governo Generale, la legge che la fonda è conforme alle previsioni della Costituzione che dichiara che il Congresso avrà il potere “promulgare tutte le leggi che saranno necessarie e appropriate per porre in atto tali poteri”. Giunti alla conclusione che il termine “necessarie” nella Costituzione significa indispensabili, “richieste”, “essenziali”, “contribuenti” e che “una banca” è uno strumento conveniente, utile ed essenziale nel perseguimento delle “operazioni fiscali” del governo, i giudici concludono che “utilizzarne una rientri nella discrezionalità del Congresso” e che “l’atto costitutivo della Banca degli Stati Uniti è una legge decisa in attuazione della Costituzione”, ma, dicono essi, “mentre la legge non è vietata ed è effettivamente calcolata per attuare le materie demandate al Governo, procedere qui a un esame della misura della sua necessità significherebbe superare la linea che circoscrive l’attività giudiziaria ed entrare nel campo legislativo.”

Il principio affermato qui è che “la misura della sua necessità”, implicante tutti i dettagli di un’istituzione bancaria, è una questione riservata esclusivamente alla valutazione del potere legislativo. Una banca è costituzionale, ma è competenza del Legislativo stabilire se questo o quel particolare potere, privilegio o esenzione, sia “necessario e appropriato” per consentire alla banca di onorare i suoi doveri nei confronti del Governo e le sue decisioni non sono appellabili nei tribunali. Secondo la sentenza della Corte Suprema, perciò, è competenza esclusiva del Congresso e del Presidente decidere se le particolari caratteristiche di questo atto sono necessarie e appropriate, e perciò costituzionali,  al fine di mettere la banca in grado di adempiere in modo conveniente ed efficiente i suoi doveri pubblici,  assegnati ad essa in qualità di agente fiscale, o se siano non necessarie e inappropriate, e perciò incostituzionali.

Senza commentare il principio generale affermato dalla Corte Suprema, esaminiamo i dettagli di questo atto in conformità con le norme di azione legislativa che hanno previsto. Si rileverà che molti dei poteri e privilegi conferiti dall’atto non possono essere supposti necessari per lo scopo per il quale si propone che sia creato e non sono, pertanto, mezzi necessari per conseguire il fine desiderato e conseguentemente non sono giustificati dalla Costituzione.

L’atto costitutivo originale, sezione 21, stabilisce “che non sarà fondata alcuna altra banca attraverso una qualsiasi legge futura degli Stati Uniti nel corso dell’esistenza della società qui creata, e per la quale è qui impegnata la fede degli Stati Uniti, a condizione che il Congresso possa rinnovare le concessioni esistenti a favore delle banche del Distretto della Columbia non aumentandone il capitale e possa anche creare qualsiasi altra banca in tale Distretto con capitali complessivamente non eccedenti sei milioni di dollari se lo riterrà conveniente.” Di questa norma si proroga, nell’atto davanti a me, il vigore per quindici anni dalla fine di marzo del 1836.

Se il Congresso aveva il potere di fondare una banca, aveva il potere di fondarne più di una se a suo parere due o più banche fossero state “necessarie” per agevolare l’attuazione dei poteri delegatigli dalla Costituzione. Se aveva il potere di fondare una seconda banca, si trattava di un potere derivato dalla Costituzione da esercitare di tempo in tempo e in ogni occasione in cui gli interessi del paese o le emergenze del Governo potessero renderlo opportuno. Era un potere posseduto da un Congresso come pure da un altro, e in modo uguale da tutti i Congressi. Ma il Congresso del 1816 lo ha sottratto per vent’anni ai suoi successori, e il Congresso del 1832 propone di abolirlo per altri quindici anni. Non può essere “necessario” o “appropriato” che il Congresso baratti o si privi di uno qualsiasi dei poteri conferitigli dalla Costituzione per essere esercitati per il bene pubblico. Non è “necessario” per l’efficienza della banca né è “appropriato” in rapporto al Congresso e ai suoi successori. Può appropriatamente far uso della discrezionalità conferitagli ma non può limitare la discrezionalità dei suoi successori. Tale restrizione autoimposta e tale concessione di un monopolio alla banca sono perciò incostituzionali.

Da un altro punto di vista questa previsione è un palese tentativo di modificare la Costituzione attraverso una legge ordinaria. La Costituzione afferma che “il Congresso avrà il potere di esercitare il proprio potere legislativo assolutamente in tutti i casi” sul Distretto della Columbia. Il suo potere costituzionale, pertanto, di creare banche nel Distretto della Columbia e di aumentarne a volontà il capitale è illimitato e non controllabile da alcun altro potere che non sia quello che ha dato autorità alla Costituzione. Tuttavia questo atto afferma che il Congresso non aumenterà il capitale delle banche esistenti, né creerà altre banche con un capitale che complessivamente superi i sei milioni di dollari. La Costituzione dichiara che il Congresso ha il potere di esercitare la sua legislazione esclusiva su tale Distretto “assolutamente in tutti i casi” e questo atto dichiara che non lo ha. Qual è la legge suprema del paese? Questa previsione non può essere “necessaria” o “appropriata” o costituzionale a meno che si ammetta l’assurdo che ogni volta che sia “necessario e appropriato” secondo il Congresso esso ha il diritto di barattare una qualsiasi parte dei poteri conferitigli dalla Costituzione come mezzo per attuare il resto.

Soltanto in due casi la Costituzione riconosce al Congresso il potere di concedere privilegi o monopoli esclusivi. Essa dichiara che “il Congresso avrà il potere di promuovere il progresso della scienza e delle arti utili garantendo per periodi limitati agli autori e inventori i diritti esclusivi sulle proprie rispettive opere e scoperte”. Da questa espressa delega di poteri sono derivate le nostre leggi sui brevetti e i diritti d’autore. Poiché la Costituzione delega al Congresso il potere di concedere privilegi esclusivi in questi casi, come strumenti per attuare il suo importante potere “di promuovere il progresso della scienza e delle arti utili” è coerente con le giuste regole d’interpretazione concludere che il conferimento di tale potere non è stato inteso come mezzo per conseguire alcun altro fine. In ogni altra materia che rientri nell’ambito dei poteri del Congresso esiste una costante discrezionalità nell’uso di mezzi appropriati, che non può essere limitata o abolita senza una modifica alla Costituzione. Ogni atto del Congresso, perciò, che tenti di concedere monopoli o di vendere privilegi esclusivi per un periodo limitato, o per un periodo illimitato, per limitare o cancellare la sua discrezionalità nella scelta dei mezzi per attuare i suoi poteri delegati è equivalente a una modifica legislativa della Costituzione e palesemente incostituzionale.

Questo atto autorizza e incoraggia il trasferimento del capitale a stranieri e concede loro un’esenzione da ogni tassazione, degli Stati o nazionale. Pertanto, lungi dall’essere “necessario e appropriato” che la banca disponga di questo potere per renderla un agente affidabile ed efficiente del Governo nelle sue operazioni fiscali, ciò è calcolato per convertire la Banca degli Stati Uniti in una banca straniera, per impoverire il nostro popolo in tempo di pace, per seminare un’influenza straniera in ogni settore della Repubblica e, in guerra, per mettere in pericolo la nostra indipendenza.

I diversi Stati, nel formulare la Costituzione, si sono riservati il diritto di regolare e controllare i titoli e i trasferimenti di proprietà reali e la maggior parte di essi, se non tutti, ha leggi che escludono gli stranieri dall’acquisto o dalla detenzione di terreni entro i loro confini. Ma questo atto, in spregio dell’indubbio diritto degli Stati di prescrivere tali esclusioni, concede agli azionisti stranieri di questa banca un interesse e un titolo, in quanto membri della società, a tutte le proprietà reali che essa può acquisire in ogni Stato di questa Unione. Questo privilegio, concesso a stranieri, non è “necessario” per consentire alla banca di adempiere i propri doveri pubblici, né è in alcun senso “appropriato”, perché è vitalmente sovversivo dei diritti degli Stati.

Il Governo degli Stati Uniti non ha il potere costituzionale di acquistare terre negli Stati salvo che “per l’erezione di forti, magazzini, arsenali, cantieri navali e altre costruzioni necessarie” e anche questi solo “con il consenso del parlamento dello Stato in cui gli stessi saranno situati”. Rendendosi azionista della banca e concedendo alla società il potere di acquistare terreni per altri scopi il Congresso assume un potere non garantito dalla Costituzione e concede ad altri ciò che esso stesso non possiede. Non è necessario alla ricezione, custodia o trasmissione dei fondi del Governo che la banca debba possedere tale potere e non è appropriato che il Congresso debba ampliare in tal modo i poteri delegatigli dalla Costituzione.

La vecchia Banca degli Stati Uniti aveva un capitale di soli undici milioni di dollari che riteneva del tutto sufficiente a metterla in grado di svolgere in sicurezza tutte le funzioni che le erano richieste dal Governo. Il capitale della banca attuale è di trentacinque milioni di dollari, almeno ventiquattro in più di quanto l’esperienza ha dimostrato necessario per consentire alla banca di adempiere le sue funzioni pubbliche. Il debito pubblico che esisteva all’epoca della vecchia banca e all’atto della creazione della nuova è stato quasi totalmente rimborsato e le nostre entrate saranno presto ridotte. Questo aumento del capitale non ha perciò finalità pubbliche, bensì private.

Il Governo è l’unico giudice “appropriato” a proposito di dove debbano risiedere e avere i loro uffici i suoi agenti, perché sa meglio dove la loro presenza sarà “necessaria”. Non può, perciò, essere “necessario” o “appropriato” autorizzare la banca a localizzare le filiali dove crede per svolgere servizi pubblici, senza consultare il Governo e contro la sua volontà. Il principio stabilito dalla Corte Suprema ammette che il Congresso non può creare una banca a fini di speculazioni e utili privati, ma solo come strumento per attuare i poteri delegati al Governo Generale. In forza dello stesso principio non può essere creata una filiale bancaria per altro che per scopi pubblici. Il potere che questo atto conferisce, di creare due filiali in ogni Stato, senza l’ingiunzione o la richiesta del Governo e per scopi diversi da quelli pubblici, non è “necessario” alla debita attuazione dei poteri delegati al Congresso.

La somma richiesta alla banca è una confessione, evidente nell’atto, che i poteri concessi da esso sono superiori a quanto “necessario” al suo carattere di agente fiscale. Il Governo non tassa i suoi funzionari e agenti per il privilegio di servirlo. La somma di un milione e mezzo richiesta nell’atto costitutivo originale e quella di tre milioni proposto da questo atto non è pretesa per il privilegio di fornire “le strutture necessarie al trasferimento di fondi pubblico da un luogo all’altro entro gli Stati Uniti e nei loro Territori, e per distribuire gli stessi in pagamento ai creditori pubblici senza applicare commissioni o esigere compensi per le differenze di cambio”, come richiesto dall’atto costitutivo, bensì per qualcosa di più vantaggioso per gli azionisti. L’atto originale dichiarava che tale somma era riconosciuta “in considerazione dei privilegi e vantaggi esclusivi conferiti da questo atto alla banca citata” e l’atto che ho di fronte dichiara che è riconosciuta “in considerazione dei vantaggi e privilegi esclusivi prorogati da questo atto per quindici anni a favore della società citata, come detto in precedenza.”  E’ perciò per “i privilegi e vantaggi esclusivi” conferiti a uso e remunerazione della banca, e non per i vantaggi del Governo, che è richiesto un bonus. Questi poteri eccedenti per i quali alla banca è richiesto di pagare non possono sicuramente essere “necessari” per renderla l’agente fiscale del Tesoro. Se lo fossero, richiedere un bonus per essi non sarebbe “appropriato”.

E’ sostenuto da alcuni che la banca è un mezzo per attuare il potere costituzionale “di coniare moneta e regolarne il valore”. Il Congresso ha creato una zecca per coniare il denaro e ha approvato leggi per regolarne il valore. Il denaro così coniato, con il valore così regolato, e le divise estere che il Congresso può adottare sono l’unica moneta riconosciuta dalla Costituzione. Ma se disponesse di altri poteri per regolare la moneta, essi sarebbero conferiti per essere esercitati dallo stesso Congresso e non per essere trasferiti a una società. Se la banca fosse fondata a quello scopo, con una concessione inalterabile senza il suo consenso, il Congresso avrebbe rinunciato al suo potere per anni, duranti i quali la Costituzione sarebbe lettera morta. Non è né necessario né appropriato trasferire il suo potere legislativo a una tale banca, e perciò è incostituzionale.

Con il suo silenzio, valutato in rapporto alla sentenza della Corte Suprema nel caso di McCullogh contro lo Stato del Maryland, questo atto sottrae agli Stati il potere di tassare una parte delle attività bancarie poste in atto entro i loro confini, sovvertendo una delle barriere più forti li garantivano contro interferenze federali. L’attività bancaria, come l’industria o qualsiasi altra occupazione o professione, è un’attività economica il diritto di svolgere la quale non è in origine derivato dalle leggi. Ogni cittadino o ogni società di cittadini di tutti i nostri Stati aveva il diritto [a svolgere attività bancaria] fino a quando i parlamenti degli Stati non hanno ritenuto buona politica vietare per legge le banche private. Se le leggi censorie degli Stati fossero oggi revocate, ogni cittadino disporrebbe nuovamente di tale diritto. Le banche statali sono un ripristino con riserva del diritto che è stato sottratto dalle leggi contro l’attività bancaria, sorvegliato dalle prescrizioni e dai limiti che, in base all’opinione dei parlamenti statali, l’interesse pubblico richiede. Queste società, salvo che esista un’esenzione nella loro concessione, sono, come i banchieri e le imprese bancarie private, soggette alla tassazione statale. Il modo in cui tali tasse sono stabilite dipende interamente dalla discrezionalità legislativa. Possono essere imposte sulla banca, sul capitale, sugli utili o in qualsiasi altro modo stabilirà il potere sovrano.

All’atto dell’approvazione della Costituzione gli Stati hanno difeso il loro potere di tassazione con speciale gelosia. Lo hanno ceduto soltanto per quanto riguarda le importazioni e le esportazioni. In relazione a ogni altra materia nell’ambito della loro giurisdizione, che si tratti di persone, proprietà, aziende o professioni, il loro potere è stato garantito nella misura pari a quella di cui godevano in precedenza. Tutte le persone, anche se funzionari degli Stati Uniti, sono soggetti a un’imposta personale [poll tax – testatico] degli Stati in cui risiedono. Le terre degli Stati Uniti sono assoggettate alla consueta imposta fondiaria, salvo che negli Stati nuovi, ai quali vengono chiesti accordi che non tasseranno le terre invendute quando saranno ammessi nell’Unione. Cavalli, carri, qualsiasi animale o veicolo, utensile o proprietà appartenenti a cittadini privati, anche se impiegati al servizio degli Stati Uniti, sono soggetti alla tassazione statale. Ogni azienda privata, gestita o meno da un funzionario del Governo Generale, che sia un’impresa mista con interessi pubblici o no, anche se gestita dallo stesso Governo degli Stati Uniti, separatamente o in associazione, ricade nell’ambito del potere fiscale dello Stato. Nulla rientra più pienamente in tale ambito delle banche e delle imprese bancarie, da chiunque istituite e gestite. In questa materia [il potere fiscale degli Stati] è tanto assoluto, illimitato e incontrollabile quanto lo sarebbe se la Costituzione non fosse mai stata adottata, poiché nella formulazione di tale strumento è stato riservato senza condizioni.

E’ ammesso il principio che gli Stati non possano tassare giustamente le operazioni del Governo Generale. Non possono tassare i fondi del Governo depositati nelle banche degli Stati né l’attività di tali banche nel trasferirli, ma qualcuno sosterrebbe che unicamente per essere state scelte per svolgere questo servizio pubblico per conto del Governo Generale le banche statali e la loro attività ordinaria dovrebbero essere esentate dalla tassazione statale? Se il Governo degli Stati Uniti, anziché creare una banca a Filadelfia, avesse impiegato un banchiere privato per custodire e trasferire i suoi fondi, ciò avrebbe privato la Pennsylvania del diritto di tassare la sua banca e le sue operazioni bancarie ordinarie? Non sarà sostenuto. In base a quale principio, dunque, gli stabilimenti bancari della Banca degli Stati Uniti e le loro attività bancarie ordinarie dovrebbero essere esentati dalla tassazione? Non sono né le loro operazioni in qualità di agenti né i depositi del Governo che gli Stati rivendicano il diritto di tassare, bensì le banche e i poteri bancari istituiti ed esercitati nella giurisdizione dello Stato per i propri utili, quei poteri e privilegi per i quali pagano un bonus e che gli Stati tassano nelle proprie banche. L’esercizio di questi poteri all’interno di uno Stato, non importa da chi e sotto quale autorità, che si tratti di privati cittadini in base al loro diritto originali, di entità imprenditoriali create dagli Stati, da stranieri o da agenti di governi stranieri residenti entro i loro confini è legittimo oggetto di tassazione statale. Da questa e da fonti simili, da persone, proprietà e aziende rilevate residenti, localizzate o operanti sotto la loro giurisdizione, gli Stati devono, dopo aver rinunciato al diritto di incassare un’entrata dalle importazioni e dalle esportazioni, ricavare tutto il denaro necessario per sostenere i propri governi e conservare la propria indipendenza. Non c’è soggetto di tassazione più appropriato delle banche, delle attività bancarie e dei capitali bancari, e nessuno cui gli Stati dovrebbero avvinghiarsi con maggiore pertinacia.

Non può essere necessario per il carattere di agente fiscale del Governo della banca che le sue attività private siano esentate da quella tassazione cui sono soggette le banche statali, né io riesco a concepire come “appropriato” che i poteri sostanziali e più essenziali conservati dagli Stati debbano essere così aggrediti e cancellati come mezzo per attuare i poteri delegati al Governo Generale. Si può presupporre con sicurezza che nessuno dei saggi che ebbero parte nel formulare o adottare la nostra Costituzione avesse mai immaginato che una qualsiasi parte del potere di tassazione degli Stati, non vietata loro né delegata al Congresso, fosse spazzata via e cancellata come mezzo per mettere in atto certi poteri delegati al Congresso.

Se il nostro potere sugli strumenti è così esclusivo che la Corte Suprema non metterà in discussione la costituzionalità di un atto del Congresso il cui oggetto “non è vietato ed è realmente calcolato per attuare una qualsiasi materia affidata al Governo” anche se, come nell’atto che ho di fronte, cancella poteri espressamente conferiti al Congresso e diritti scrupolosamente riservati agli Stati, a noi si addice procedere con la massima prudenza nel legiferare. Anche se non direttamente, i nostri stessi poteri e i diritti degli Stati possono essere cancellati per legge usando strumenti per attuare poteri sostanziali. Non possiamo legiferare che il Congresso non avrà potere legislativo esclusivo sul Distretto della Columbia ma possiamo impegnare la fede degli Stati Uniti che, come strumento per attuare altri poteri, non sarà esercitato per vent’anni o mai. Non possiamo far passare una legge che vieti agli Stati di tassare le attività bancarie svolte entro i loro confini, ma possiamo, come mezzo per attuare i nostri poteri in altre materie, porre l’attività nelle mani del nostro agente e poi dichiararlo esente dalla tassazione nelle mani degli Stati. Così i nostri stessi poteri e i diritti degli Stati, che non possiamo limitare o invadere, possono essere dilapidati ed estinti nell’uso di mezzi da noi impiegati per dare attuazione ad altri poteri. Che una Banca degli Stati Uniti adeguata a tutti i doveri che possono essere richiesti dal Governo possa essere organizzata in modo tale da invadere i nostri stessi poteri delegati o i diritti degli Stati è qualcosa su cui non ho alcun dubbio. Se l’Esecutivo fosse stato chiamato a predisporre il progetto di un’istituzione simile, il dovere sarebbe stato allegramente adempiuto. In assenza di una tale chiamata è stato ovviamente appropriato che [il Presidente] debba limitarsi a segnalare quelle caratteristiche principali dell’atto presentato che, a suo parere, lo rendono incompatibile con la Costituzione e con una politica sana. Ora avrà luogo un dibattito generale, gettando nuova luce e fissando principi importanti; e un nuovo Congresso, eletto nel mezzo di tale dibattito e che darà un’equa rappresentanza al popolo in conformità al più recente censimento, porterà in Campidoglio il verdetto dalla pubblica opinione e, non ne dubito, condurrà questa importante questione a un esito soddisfacente.

In una situazione simile la banca si fa avanti a chiedere il rinnovo della sua concessione per quindici anni a condizioni che non solo costituiscono un regalo di molti milioni di dollari agli azionisti, ma che legittimeranno ogni abuso e legalizzeranno ogni sconfinamento.

Si nutrono sospetti e sono formulate accuse di grossolani abusi e violazioni del suo atto costitutivo. Un’indagine concessa malvolentieri e così limitata nel tempo da renderla incompleta e insoddisfacente, rivela abbastanza da suscitare sospetto e allarme. Nelle pratiche della banca principale, svelate parzialmente, in assenza di importanti testimoni, e in numerose accuse formulate confidenzialmente e ancora totalmente da approfondire, c’è stato abbastanza da indurre una maggioranza della commissione d’inchiesta – una commissione selezionata tra i membri più capaci e onorevoli della Camera dei Rappresentanti – a raccomandare la sospensione di qualsiasi ulteriore azione a proposito della bozza di legge e la prosecuzione dell’inchiesta. Poiché l’atto costitutivo ha ancora quattro anni di validità e poiché una proroga ora non è necessaria per la riuscita prosecuzione della sua attività, c’era da aspettarsi che la banca stessa, consapevole della sua purezza e fiera del proprio carattere, avrebbe ritirato questa richiesta per il momento e avrebbe pretesto il più severo esame di tutte le sue transazioni. Nella sua omissione di farlo sembra esserci un motivo addizionale per cui i funzionari del Governo debbano procedere con meno fretta e più prudenza nel rinnovo del suo monopolio.

La banca è dichiaratamente fondata come agente del ramo esecutivo del Governo è la sua costituzionalità è affermata su tale base. Né sull’appropriatezza dell’azione presente né sulle previsioni di questo atto l’Esecutivo è stato consultato. Non ha avuto alcuna opportunità di dire che né vuole né ha necessità di un agente investito di tali poteri e favorito da tali esenzioni. Non c’è nulla nelle sue funzioni legittime che lo rendano necessario o appropriato. Quali che siano gli interessi o l’influenza, pubblici o privati, che hanno dato vita a questo atto, non sono identificabili né nei desideri né nelle necessità dell’Esecutivo, dal quale questa iniziativa è giudicata prematura, e i poteri conferiti al proprio agente sono considerati non solo non necessari, ma pericolosi per il Governo e per il paese.

C’è da rammaricarsi che i ricchi e i potenti troppo stesso pieghino gli atti del governo ai loro fini egoistici. Nella società esisteranno sempre distinzioni sotto qualsiasi governo giusto. L’uguaglianza di talenti, di istruzione o di ricchezza non può essere prodotta dalle istituzioni umane. Nel pieno godimento dei doni del Cielo e dei frutti di un’industria, un’economia e una virtù superiori, ogni uomo ha uguale titolo alla protezione della legge, ma quando le leggi si incaricano di aggiungere a questi vantaggi giusti e naturali delle distinzioni artificiali, di concedere diritti, regali e privilegi esclusivi, di rendere più ricchi i ricchi e più potenti i potenti, i membri umili della società – i contadini, gli operai, i lavoratori – che non né il tempo né i mezzi per assicurarsi favori simili, hanno il diritto di lamentare l’ingiustizia del loro governo. Non ci sono mali inevitabili nel governo. I suoi mali consistono solo nei suoi abusi. Se si limitasse a una protezione equa e, come il Cielo fa scendere le sue piogge, fa ricadere i suoi favori in modo uguale in alto e in basso, sui ricchi e sui poveri, sarebbe una benedizione senza riserve. Nell’atto che ho davanti sembra esserci una vasta e non necessaria deviazioni da tali giusti principi.

Né il nostro Governo deve essere mantenuto o la nostra Unione preservata mediante invasioni dei diritti e dei poteri dei diversi Stati. Tentando di rendere forte in questo modo il nostro Governo Generale lo rendiamo debole. La sua vera forza consiste nel lasciare quanto più possibile liberi i singoli e gli Stati, nel farsi avvertire non per il suo potere,  bensì per la sua benevolenza, non per il suo controllo, bensì per la sua protezione, non nel legare più strettamente gli Stati al centro, bensì nel lasciare che ciascuno si muova incontrastato nella propria orbita.

L’esperienza dovrebbe insegnarci la saggezza. La maggior parte delle difficoltà che il nostro paese oggi incontra e la maggior parte dei pericoli che incombono sulla nostra Unione derivano dall’abbandono dagli oggetti legittimi del nostro Governo da parte della nostra legislazione nazionale e dall’adozione di principi quali quelli incorporati in questo atto. Molti dei nostri ricchi non si sono accontentati di uguale protezione e di uguali benefici, ma ci hanno pregato di renderli più ricchi mediante atti del Congresso. Tentando di gratificare i loro desideri, nei risultati del nostro legiferare abbiamo schierato settore contro settore, interesse contro interesse e uomo contro uomo in una spaventosa rissa che minaccia di scuotere le fondamenta della nostra Unione. E’ tempo di una pausa nella nostra corsa alla revisione dei nostri principi e, se possibile, di resuscitare il devoto patriottismo e spirito di compromesso che ha distinto i saggi della Rivoluzione e i padri della nostra Unione.  Se non possiamo rendere immediatamente il nostro Governo quello che dovrebbe essere, per giustizia nei confronti di interessi acquisiti in forza di leggi improvvide, possiamo almeno prendere posizione contro ogni nuova concessione di monopoli e privilegi esclusivi, contro ogni prostituzione del nostro Governo all’avanzamento dei pochi a spese dei molti e a favore del compromesso e di una riforma graduale del nostro codice legale e del nostro sistema di economia politica.

Ho oggi compiuto il mio dovere nei confronti del mio paese. Se sarò sostenuto dai miei concittadini ne sarò grato e lieto; diversamente posso trovare nei motivi che mi hanno spinto ampie ragioni di contentezza e di pace. Nelle difficoltà che ci circondano e nei pericoli che minacciano le nostre istituzioni non ci sono motivi né di sgomento né di allarme. Per sollievo e liberazione affidiamoci con fermezza alla gentile Provvidenza che sono sicuro sorveglia con speciale attenzione i destini della nostra Repubblica,  e all’intelligenza e alla saggezza dei nostri compatrioti. Attraverso la Sua grande bontà e la loro devozione patriottica la nostra libertà e la nostra Unione saranno preservate.

ANDREW JACKSON



Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://avalon.law.yale.edu/19th_century/ajveto01.asp

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/11287

Nessun commento:

Posta un commento