lunedì 21 novembre 2016

Nel nord dell’Iraq il Kurdistan costruisce la sua indipendenza

I curdi per la prima volta hanno un vero esercito. Lungo i villaggi tolti all’Isis nasce la nuova frontiera

Le nuove frontiere sono riconosciute dai trattati di pace. Ma vengono costruite in tempo di guerra. Mentre la battaglia di Mosul entra nel secondo mese, i bulldozer dei peshmerga curdi lavorano a pieno ritmo fra Bartella e Tall Kayf, lungo un arco a circa venti chilometri di distanza dalla roccaforte dell’Isis. Costruiscono un terrapieno alto tre-quattro metri e, a ridosso, una nuova strada che porta direttamente alle cittadine appena liberate. Una «circonvallazione» che una volta finita la guerra potrà collegare Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, ai territori curdi più a Ovest. Ma potrà segnare anche la nuova frontiera di un Kurdistan indipendente.

Il terrapieno e la strada sono «provvisori» e servono a proteggere, ufficialmente, le truppe curde a guardia del territorio riconquistato dai colpi di mano dell’Isis. Il provvisorio, però, in Iraq diventa spesso definitivo. E per i curdi la distruzione dello Stato islamico rappresenta un’occasione storica. Esattamente come la caduta di Saddam Hussein. Allora, nel 2003, i peshmerga erano entrati anche a Mosul, assieme alle avanguardie della 101a divisione americana. Oggi, in base agli accordi con Baghdad, i curdi non hanno mire dirette su Mosul.

Tra Bashiqa e Kirkuk

Altrove però i confini del Kurdistan si allargano a vista d’occhio. Nei villaggi attorno a Mosul, come Bashiqa appunto, dove è forte la componente etnica curda e yazida. E in un’ampia fascia di territorio a Sud-Ovest di Kirkuk. La stessa Kirkuk è stata presa nell’estate del 2014, quando lo Stato iracheno era sul punto di collassare e le colonne con le bandiere nere dell’Isis erano a pochi chilometri da Baghdad. A Kirkuk, come a Mosul, i curdi sono una minoranza, attorno al 20%: un referendum dovrà stabilire se la città vorrà far parte del Kurdistan. E tutto dovrà essere deciso da una complessa trattativa sugli assetti futuri dell’Iraq, subito dopo la distruzione del Califfato.

I rapporti di forza conteranno molto. L’Iraq del premier Haider al-Abadi è riuscito a ricostruire il nucleo duro dell’esercito. E si è posto in una posizione di equilibrio fra gli alleati, Stati Uniti e Iran. La realizzazione di un Iraq unito e federale sembra però ancora una chimera. La provincia sunnita dell’Anbar è stata riconquistata al prezzo della distruzione quasi totale di Ramadi e Falluja. Le milizie sciite, Hashd al-Shaabi, hanno un ruolo preponderante nel controllo del territorio. Sono state escluse dalla conquista di Mosul, ma stanno occupando la parte occidentale della provincia di Ninive. Il risultato è un esodo massiccio delle popolazioni arabo-sunnite. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Center di Ginevra, gli sfollati interni iracheni hanno raggiunto i 4 milioni. A ciò si aggiunge l’esodo verso l’estero. Se i cristiani iracheni, dal 2003 al 2015, sono passati da 1,5 milioni a 200 mila, anche gli arabo-sunniti diminuiscono. Secondo cifre ufficiose a Baghdad sono scesi dal 50 al 20% della popolazione.

In questo rimescolamento, innescato dalla follia brutale dell’Isis, il Kurdistan è diventato l’entità irachena più solida. I peshmerga hanno ricevuto blindati, missili anti-tank, artiglieria leggera. Centinaia di istruttori occidentali, in primis italiani, hanno trasformato una forza guerrigliera in un vero esercito che può contare su 160 mila uomini. Gli stessi arabi, sunniti e cristiani, vedono come più sicuro il Kurdistan di Baghdad o dell’Anbar. Il governo di Erbil sostiene di aver accolto «un milione» di sfollati in due anni. «Le nostre sono istituzioni laiche», sottolinea la leadership del Kdp, il partito del presidente Massoud Barzani al potere. Come dire, niente derive settarie che invece incombono su Baghdad.

L’allaeanza con la Turchia

Dal 2003 Erbil ha cambiato volto. Il boom petrolifero l’ha trasformata in una metropoli piena di mall all’americana, grattacieli, mega alberghi come il Diwan. Ora il calo del greggio ha frenato quest’orgia edilizia e asciugato le casse del governo, che fatica a pagare gli stipendi. Ma le prospettive restano solide. Barzani è riuscito a portare dalla sua parte la Turchia, nemico storico dei curdi, con l’avvio di stretti rapporti economici, l’esportazione del petrolio attraverso un oleodotto che passa per l’Anatolia, l’apertura del mercato curdo ai prodotti turchi. Ankara non dimentica poi che Barzani è stato suo alleato negli Anni 90 contro il Pkk.

L’alleanza con la Turchia significa però seppellire il sogno del grande Kurdistan, quasi realizzato fra il 1920 e il 1923, fra il Trattato di Sèvres che aveva creato il primo Kurdistan indipendente, e quello di Losanna, che lo aveva cancellato. A Erbil vanno con i piedi di piombo. Prima il Kurdistan iracheno. Poi, in base ai nuovi equilibri in Siria, forse quello siriano, il Rojava, che sta prendendo forma ma è egemonizzato dai guerriglieri dello Ypg, alleati del Pkk, già in marcia verso Raqqa. Più in là per ora, nemmeno con i sogni, non si va.

http://www.lastampa.it/2016/11/20/esteri/cos-nel-nord-delliraq-il-kurdistan-costruisce-la-sua-indipendenza-JvYOk5MKZlWFzx0mmCYtPO/pagina.html

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